Causa e necessità…

“Causa” e “necessità” sono espressioni correlate dello stesso “mito” che è il determinismo. L’uomo ha una propensione fortissima a difendersi dall’incognito: il determinismo, in tutte le sue forme (dalla gnosi al meccanicismo, fino al sistema hegeliano), si presenta come la soluzione ideale che permette di porre al sicuro il (proprio) futuro.

La necessità, cioè il “dover essere” è il fulcro di tutto; poste, infatti, le giuste “premesse” (usato qui in modo diverso da quanto si userà in futuro), non c’è più nulla da temere poiché le “conclusioni” sono determinabili a priori: una prospettiva che trova nella Metafisica tradizionale (quella dell’essere) il proprio grembo. Non per nulla si parla a tal proposito di “necessità ontica”. Linguaggio diverso, ma solo a livello terminologico poiché la sintassi conduce agli stessi esiti, è quello della “causalità” attraverso cui lo stesso paradigma deterministico (lo “scire per causas“) ha colonizzato (anche) l’ambito “fisico”. In tal modo il principio di “causa-effetto” è stato utilizzato nella c.d. Scienza (classica e moderna) quale struttura portante sia della ricerca che della conoscenza.

Il mito ha però perso il proprio appeal in campo scientifico naturalistico (=Fisica etc.) con l’avvento del XX secolo, a partire essenzialmente da Heisenberg col suo principio d’indeterminazione il quale, proprio spazzando via ogni possibilità anche teorica di determinabilità puntuale ed istantanea, fa saltare sia la “necessità” a livello metafisico che la “causalità” a livello fisico.
Ciò, infatti, che Heisenberg ci consegna è una realtà “certa” nel suo “accadere” ma non nella sua puntuale e completa individuabilità. Il riferirsi, così, ad eventi maggiormente probabili dal punto di vista statistico –data l’esistenza e “tenuta” della realtà– costringe a declassare la “causa” a semplice “condizione” di maggior probabilità.
Una “condizione” senza della quale non si potrà avere alcuna “conseguenza”, non tuttavia una “causa” da cui scaturirà con certezza un “effetto”. La questione non riguarda, però, la connessione biunivoca esclusiva tra una causa ed un effetto (=il “suo”), ma la connessione tra l’esistenza della causa e il verificarsi dell’effetto previsto; ponendo in evidenza che l’esistenza stessa –e sola– della condizione di possibilità potrebbe non generare affatto nulla a livello di conseguenza. Per contro: senza quella condizione non si potrà certamente avere alcuna conseguenza, ma non basta la condizione (non causativa, secondo il principio d’indeterminazione) a generare la conseguenza. Ciò, ancora, non comporta che all’interno di sistemi sostanzialmente isolati –oltre che ben circoscritti– il principio stimolo-risposta perda il suo valore a livello di “calcolo”, una volta che l’evento “possibile” (ma non “necessario”) si sia effettivamente realizzato… Questo, però, correttamente denominato, dovrebbe chiamarsi principio di “conservazione” dell’energia, o del moto… o di quanto altro, in considerazione che al sistema virtualmente isolato non è possibile “aggiungere” o “sottrarre” quantità significative di “risorse”, di qualunque tipo esse siano, soprattutto dopo la consapevolezza della “relatività” che costringe a cercare in “dimensioni” differenti quanto venuto a mancare in quella originaria (=convertibilità massa-energia). Infatti: che ad ogni azione corrisponda una reazione (uguale e contraria) non ha un valore ontologico, cioè a livello metafisico, ma di semplice “conservazione” della “direzione” del vettore (da cui il “contrario”) e dell’energia (da cui l’uguale). Che questo, tuttavia, sia quasi esclusivamente teorico e confinato ad impatti tra masse comparabili (=gravitazione universale) non è mistero né per la vita ordinaria né –tanto meno– per i giocatori di bigliardo e di bocce.
Questo porta un aiuto, per quanto fuori tempo utile, al problema della causalità posto nei termini di Hume: non si tratta affatto dell’alternativa concorrenziale ed escludente tra il “propter hoc” e il “post hoc” ma di una loro copresenza e subordinazione temporale: “post hoc” in quanto serve la condizione adeguata e “propter hoc” poiché questa è la condizione di possibilità. Il “post hoc” è necessario poiché l’evento deve essersi realmente verificato, non di meno il “propter hoc” è necessario poiché senza di esso non avrebbe potuto realizzarsi l’evento stesso. In tale prospettiva il principio d’indeterminazione fa saltare anche la diade miracolosa del “necessario e sufficiente“, poiché quando la condizione sia sufficiente, non esiste più alcuna necessità, né la necessità aggiunge nulla alla sufficienza.

In merito le questioni sono ampie e complesse da tempo:
Annunci

Lascia un commento

Archiviato in pensieri di fondo

Perché un realismo dev’essere critico?

La recente presentazione del libro “Realismo e metodo. La riflessione epistemologica di Bernard Lonergan” curato da Rosanna Finamore (16 marzo – Pontificia Università Gregoriana), ha messo in risalto ancora una volta come il “realismo” di per sé non sia oggi in questione (cfr. prof.ssa F. D’Agostini – Politecnico di Torino), tanto più dopo che –di fatto– lo stesso Hegel (da qualcuno) viene ammesso tra i “realisti” (negando così il concetto stesso o rendendolo ormai del tutto inutilizzabile, a quelle condizioni – sic) ciò che, invece, continua a rilevare in quest’ambito è il concetto di “criticità”.
In che cosa, infatti, essa consiste? E perché –ulteriormente– il suo abbinamento alla categoria di “realismo” può contribuire a meglio comprenderlo (come lasciava intendere nella stessa occasione la prof.ssa Lanfredini – Università di Firenze)?
Il “realismo critico”, in altri termini, ha una propria identità e consistenza non stemperabili né riducibili?
Personalmente ritengo che la criticità consista (anche) in alcuni elementi espressamente metodologici con immediata ricaduta epistemologica. Si tratta:
– in primo luogo, di selezionare nel linguaggio le sole “affermazioni” sulla realtà (intesa come “stati di cose”);
– in secondo luogo occorre chiedersi se esse siano “vere” (domanda per intelligenza, direbbe Lonergan);
– quindi anche “perché” siano tali ed, eventualmente, “quanto” lo siano (lonerganianamente: domande per riflessione).
In questo modo l’approccio al “vero” e la sua adozione come ‘parametro’ di giudizio delle affermazioni sulla realtà conferiranno ad un –più o meno ampio– “realismo” una caratteristica del tutto peculiare ed abbastanza univoca, adatta ad integrare –solo– un certo tipo di approcci gnoseologici ed epistemologici effettivamente “realistici”.
Diversamente un realismo non-critico si tramuterebbe in pura ideologia: chi, infatti, oggi accetterebbe di essere (s)qualificato come “idealista”?
Ma: ritenersi realisti ed esserlo davvero sono questioni di sola auto-coscienza?

Lascia un commento

Archiviato in pensieri di fondo

La Storia come la Fisica

La Storia per le Discipline umanistiche è come la Fisica per quelle naturalistiche: Chimica e Biologia, p.es., non possono prescindere da: tempo, distanza, temperatura, pressione, accelerazione, carica, ecc.
Allo stesso modo per la Storia: Letteratura, Diritto, Arte, Filosofia, Teologia, Sociologia, ecc. non possono darsi fuori dallo spazio-tempo di cui la Storia rende in qualche modo ragione.
Non si tratta di specifiche e puntuali questioni ‘storiografiche’ ma della rilevanza degli elementi di cui la Storiografia tiene conto nel proprio articolarsi (luoghi, date, culture, eventi, convinzioni, pratiche, ecc.); proprio come gli elementi di cui la Fisica si occupa al proprio interno (tempo, temperatura, ecc.).

Lascia un commento

Archiviato in pensieri di fondo

Il presupposto ‘scientifico’. Altri fattori determinanti

 

Quanto già  illustrato sulla vera e propria alternativa/contrapposizione tra ‘metodo’ e ‘rigore’ non è tuttavia sufficiente a delineare in modo univoco l’estrema differenza tra la concezione ‘classica’ e quella ‘moderna’ di scientificità; occorre infatti esplicitare –per quanto in modo estremamente succinto– ulteriori alternative/contrapposizioni costitutive di tale irriducibilità: [a] fondatezza vs. evidenza, [b] procedimento vs. ragionamento, [c] risultati vs. conclusioni, [d] complessità vs. semplicità, [e] funzione euristica vs. funzione ermeneutica.

– Innazitutto la Scienza moderna non si accontenta delle ‘evidenze’ neppure condivise, visto che era stato ‘evidente’ per millenni che fosse il sole a girare intorno alla terra, e così anche le stelle. Di fatto il c.d. canone di Vincenzo di Lerin: «quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est» se vale certamente per la Tradizione di fede della Chiesa, non vale altrettanto quale criterio di certezza gnoseologica (=episteme) per il ‘resto’ della realtà. Non di meno, contro l’evidenza quale fattore ‘esterno’ (=oggettivo ed indiscutibile) e pertanto elevabile a ‘criterio’ di giudizio extra-individuale, si era già scagliato decisamente Cartesio, facendone, al contrario, una caratteristica del –solo– pensiero personale. Non si trascuri neppure come, dalla Scolastica, l’evidenza fosse una caratteristica delle affermazioni come tali: una questione puramente proposizionale. È infatti l’affermazione nel proprio significato/contenuto –e non la realtà– ad essere “evidente”, riducendosi in tal modo a mera operazione intellettuale individuale (anche non condivisa).

– La Scienza moderna, invece, indirizza i propri sforzi verso la “fondatezza”; verso, cioè, il “supporto esterno” delle affermazioni/proposizioni: un ‘supporto’ concreto, immanente, sperimentale o esperienziale (la radice semantica è la stessa!), che comunque comporti un ‘accesso’ a cose o fenomeni, non a sole affermazioni. La fondatezza non deriva da teoriche e solo immaginarie/ipotetiche “tavole di verità” ma da concrete “tavole” di presenza-assenza-graduazione (cfr. F. Bacone) che “supportino” (=portino/reggano su di sé) le affermazioni/proposizioni che si ritengono ‘scientifiche’. L’evidenza nasce dal ragionamento, la fondatezza dall’esperienza.

– L’introduzione del metodo al posto del rigore pone in luce anche la preminenza assoluta nella Scienza moderna del “procedimento” rispetto al “ragionamento”. Si tratta dello ‘strumento’ o, se si preferisce, dell’‘itinerario’ attraverso cui si transita dall’introduzione di una ‘questione’ alla sua ‘soluzione’: il ‘flusso’ attraverso cui si passa dall’input all’output, dalla domanda alla risposta (direbbe Lonergan). Nella Scienza moderna –orientata alla res extensa (=ob jectum)– il primato gnoseologico è ‘operativo’: si comprende ed apprende ‘sul campo’ attraverso le “sensate esperienze” di galileiana memoria. “Esperienze” e non “pensieri”; “sensate” in quanto intenzionali, organiche, strutturate, pertinenti, coerenti… Un procedimento che è concreto, fattuale, operativo, che “fa cose”, “compie operazioni”; un procedimento che in sé e per sé (in quanto struttura operativa) è l’anima stessa della Scienza moderna, indipendentemente dall’oggetto preso in considerazione.

– Per contro, il ragionamento era –e rimane– qualcosa di completamente intellettuale, interno alla res cogitans stessa, certamente ‘capace’ di rapporto con la realtà ma non ad esso necessitato… capace anche di operare con concetti e fattispecie puramente fittizi o irreali (come l’araba fenice o l’ippogrifo), senza potenziali limiti –né tanto meno controlli– poiché tutto l’immaginabile può esserne/diventarne ‘oggetto’.

– La sostituzione del procedimento al ragionamento porta con sé anche la sostituzione delle “conclusioni” da parte dei “risultati”: un altro passo avanti che costituisce una cesura tranciante tra scienza ‘classica’ e Scienza moderna. Ciò che i diversi procedimenti mettono a disposizione del ricercatore/studioso sono dei risultati: nuove ‘predicazioni funzionali’ che –per quanto anche assolutamente parziali– ampliano la caratterizzazione dei diversi oggetti di studio/ricerca. Predicazioni il cui contenuto è supportato/fondato da elementi ‘esterni’ a ciascun singolo soggetto; elementi ‘esterni’ ed in qualche modo “pubblici”: accessibili (potenzialmente) a chiunque e da chiunque ‘verificabili’ nella loro fondatezza e tenuta.

– La ‘natura’ della “conclusione”, soprattutto sillogistica, era ben differente: date determinate “premesse”, assiomatiche o derivate, dalla loro concatenazione secondo predeterminati ‘modelli inferenziali’ (analogia, allegoria, similitudine, deduzione, abduzione, ecc.) si giungeva alla ‘chiusura’ (=conclusione) del ragionamento attraverso una proposizione con pretesa di veritatività che estingueva in qualche modo l’istanza problematica originaria. Una conclusione, però, che poiché nella maggior parte dei casi risultava “evidente” –e quindi non ulteriormente problematica– per chi la poneva risultava spesso, invece, incomprensibile o inaccettabile a chi disponesse di altro genere di ‘evidenze’.

– Conseguenza quasi immediata, ed inevitabile, della sostituzione del procedimento al ragionamento è il subentro della “complessità” alla “semplicità”. Di fatto il ‘mondo’ della conoscenza classica era ‘popolato’ da una ridottissima quantità di elementi. Per quanto, infatti, ogni pensabile potesse esistere (ed esistesse pure!) o per quanto ogni ‘razionale’ fosse ‘reale’, il ‘numero’ di res che potevano concretamente popolare la mente umana (in balia delle deduzione) prima della Rivoluzione fisico-nucleare era comunque estremamente limitato rispetto a quanto popola oggi la conoscenza scientifica. Il mondo ‘classico’, in fondo, ed il modo di ragionare-conoscere al suo interno era un mondo ‘chiuso’, un vero e proprio “sistema” più o meno perfettamente costruito “su” (o “a partire da”) assiomi e principi, perfettamente delineati (e ‘conosciuti’): vere e proprie Geometrie, più o meno estese. E proprio in quanto/come Geometrie era caratterizzato da veri ‘trascendentali’ (=condizioni di possibilità a priori) quali –in primis– il principio di non contraddizione ed il terzo escluso: veri escamotages intellettuali (in realtà “restrizioni mentali”) che permettevano di muoversi con tranquillità all’interno di un mondo che doveva essere il più ‘sicuro’ possibile. Sicuro, non certo! Sicuro poiché definibile, definito e privo di ‘incognite’, di ‘dubbi’ o di ‘salti’.

– La Rivoluzione fisico-nucleare, da parte sua, ha infranto queste presupposizioni, dovendosi rendere conto che “in realtà” (quella vera, concreta, fattuale… non quella idealistica!) il mondo “là fuori” (=la res extensa) non funziona affatto secondo tali ‘principii’. “Relatività”, “indeterminazione”, “incompletezza”, “quantistica”, contraddicono in tutto l’approccio ‘classico’ (meglio: intellettualistico, a-empirico). La relatività, infatti, supera d’impeto la non-contraddizione poiché massa ed energia sono reciprocamente ‘convertibili’ e la stessa “luce” è contemporaneamente sia onda che corpuscolo. L’indeterminazione vanifica il terzo escluso poiché non esiste necessità (‘ontica’ = un dover essere) che costringa una particella ad essere/stare in un determinato/bile ‘luogo’. L’incompletezza spezza qualunque sistema/ordo poiché non tutte le proposizioni valide all’interno di un ‘sistema’ sono completamente giustificabili all’interno del sistema stesso… La strutura quantica della materia smentisce in natura ipsa l’assenza di “salti”.

– Quinta alternativa/contrapposizione complementare rispetto a “metodo vs. rigore” è quella tra “funzione euristica” propria della Scienza moderna e “funzione ermeneutica” propria di quella ‘classica’; funzioni che potrebbero anche essere indicate come ‘proiettiva-predittiva’ (=utilitaristica) e ‘causale-esplicativa’ (=ontologica). L’evidente intenzione galileiana di non “tentare le essenze” ma di descrivere il funzionamento della realtà ha capovolto il ‘verso’ dell’itinerario gnoseologico-scientifico moderno indirizzandolo dal presente al futuro così da poter in qualche modo interagire con la realtà servendosi delle sue stesse potenzialità (=le c.d. leggi di natura) per conseguirne benefici al momento indisponibili (si veda, in merito, la Tecnologia). Chiave di volta di questo procedere è l’individuazione delle ‘regole’ di funzionamento delle diverse res extensæ via via oggetto d’indagine, ricerca e conoscenza. “Regole” che sono ben diverse dalle “cause”; “regole” che indicano il “come” conseguire un determinato obiettivo in base alle condizioni funzionali necessarie e sufficienti affinché ad “A” segua –quasi– certamente “B”. Le “regole”, fondate sui risultati del procedimento, permettono così di ‘costruire’ res future sino ad allora inimmaginabili.

– Al contrario lo “scire per causas” non permetteva che di scendere dal presente al passato della realtà (=funzione esplicativa/ermeneutica) in quelle che, ad ogni effetto, non potevano che presentarsi come autentiche ‘genealogie’ retrospettive da ciascun ens alla sua archè, da ciascun singulum al suo universale, senza tuttavia esser mai in grado di nulla ‘dire’ –di realmente significativo– non solo sul futuro di tale ens/singulum ma neppure sul suo presente, poiché la maggior parte delle infinite eventuali ‘potenzialità’ intrinseche alla sua ‘essenza’ –non essendo necessitate– non avrebbero alcuna garanzia di realizzarsi.

 

 

 

Lascia un commento

Archiviato in epistemologia

Il presupposto scientifico moderno: differenza tra metodo e rigore

Il presupposto scientifico moderno: differenza tra “metodo” e “rigore”

Il cuore della Scienza moderna consiste, in ultimissima istanza, nell’introduzione del “metodo” al posto del semplice “rigore”: una vera rivoluzione ‘copernicana’ che passa da una caratteristica (qual è il rigore) ad una struttura (qual è il metodo)… anche in campo umanistico!

Questo proviene da (o forse, semplicemente, manifesta) una visione assolutamente unitaria della realtà nei confronti della quale non si può assumere nessuna ‘posizione’ (=obiectum formale quo) quasi che si potesse ‘uscire’ dalla realtà stessa per ‘guardarla’ dall’esterno e da più punti di vista… La realtà è una sola e ciascuno di noi le appartiene: non si può uscire dalla realtà –per ‘osservarla’– poiché questo significherebbe uscire dall’esistenza stessa. È, invece, stando consapevolmente nella realtà che la si può conoscere: facendone esperienza.

Ciò, però, non è altro che dal “Principio d’indeterminazione” di Heisenberg, secondo cui l’osservatore appartiene sempre al ‘sistema’ osservato e non può che averne una percezione ‘relativa’ (alla sua stessa presenza) non potendosi calcolare al contempo “posizione” e “quantità di moto” di una particella sub-atomica. Detto in altri termini: non è (più) utilizzabile il ‘concetto’ di “obiectum formale quo”! Né la considerazione o l’approccio o l’analisi di qualcosa “sub specie…”. La Scienza moderna è ‘tale’ solo per “oggetti materiali” (=obiectum formale quod): chiari, specifici, definiti… per quanto non necessariamente ‘corporei’, come accade per i “flussi”, i “campi”, ma anche per la Storia o il Diritto.

L’ambito umanistico, dal canto proprio, si era sempre difeso arroccandosi dietro al “rigore” del ragionamento e dell’argomentazione, fino al tentativo –assolutamente espressivo della mentalità dominante– dello stesso Husserl nel 1910 di verificare –ed eventualmente dimostrare– la solidità della stessa Filosofia proprio quale “Scienza rigorosa”, espressione il cui accento non lascia dubbi… non meno che il suo tragico esito.

 

– Il rigore

La conoscenza/scienza classica si basava sul “rigore” con cui venivano concatenate tra loro affermazioni anche –di per sé– assolutamente irrelate; in fondo bastava essere ‘rigorosi’ nel proprio “procedere da/per principi” (come anche riteneva S. Tommaso)! “Essere rigorosi” che significava di fatto applicare in modo ineccepibile gli schemi inferenziali standardizzati: i 19 sillogismi ‘validi’ reduci dai 256 teorici, tutti poi ‘trasformabili’ nell’unico sillogismo ‘universale’ (“barbara”) che resse per secoli dal Medio Evo in poi la c.d. Logica minor contro cui s’indirizzò implacabile la contestazione dei novatores. I quali, però, vinsero! Così come la stessa Logica minor fu ben presto estromessa dal mondo delle Scienze moderne, preferendosi ben altri approcci alla realtà.

Alcune osservazioni generali in merito.

a) Per l’approccio gnoseologico basato sul rigore è decisiva l’idea di concatenamento o “catena inferenziale”: se e dove esiste ‘connessione’ si può proseguire, da idea a idea, da affermazione ad affermazione, da principio a principio. Da anello ad anello… non importa di che tipo di anello si tratti. Basta così un solo anello più debole degli altri (di lana anziché di ferro) per vanificare l’intera attività cognitiva …semper salva principia!

b) Il risultato ed il valore della conoscenza evidenziata in tal modo è funzione del (solo) rigore ‘interno’ ai singoli sillogismi; non si percepisce affatto che ogni successivo sillogismo funziona come una vera e propria “diluizione” della pregnanza ontologica e gnoseologica precedente… fino allo svuotamento assoluto degli ultimi ‘esiti’ della catena inferenziale stessa a causa dei continui ‘rimbalzi’ dei “predicati” da un soggetto all’altro e/o dello scambio tra i soggetti specificati dagli stessi predicati.

c) Allo stesso tempo: base pressoché ineliminabile del procedere attraverso il concatenamento sillogistico è l’analogia, attraverso la quale il contenuto della “predicazione” cognitiva viene via via mutato in base all’identità del soggetto di cui si effettua la predicazione. I diversi tipi di analogia, non di meno, complicano ulteriormente la portata delle predicazioni realizzate.

d) Quali siano i ‘punti’ di partenza (=gli oggetti materiali) della ricerca e quali i ‘loro’ elementi da esaminare risulta spesso del tutto arbitrario: i “Commenti alle Sentenze” e le “Questioni disputate” su cui si reggeva la Scolastica sono un chiaro esempio dell’inconsistenza di ciò che attiva e regge la riflessione: si commenta ciò che si è deciso di commentare, si disputa di ciò che interessa… vero o falso, reale o no, episteme o doxa, non fa alcuna differenza.

e) Il rigore del procedere sillogistico è puramente ‘interno’ al procedimento inferenziale adottato, senza che la realtà possa dire nulla in merito; si giunge così all’adozione (anche) di sillogismi ‘validi’ solo ‘formalmente’ ma contrari alla realtà! Quali, poi, siano gli elementi ormai ‘certi’ da assumere per le successive inferenze rigorose che permettano di proseguire la ricerca rimane del tutto indeterminabile ed arbitrario data l’assenza di ‘regole’ per individuare l’adeguatezza delle ‘premesse’ attraverso cui costruire l’inferenza successiva.

f) La maggior attenzione al rigore del procedere che non alla ‘realtà’ e verità degli elementi coinvolti nella ricerca porta(va) ad una conoscenza/scienza soltanto intellettualistica, disincarnata ed irreale, senz’alcuna connessione col vissuto delle persone.

Tanto basti a porre in guardia da un semplicistico “rigore” come ‘fondativo’ della conoscenza e della ‘scienza’.

La questione e l’inattendibilità ‘globale’ di questo genere di approccio alla conoscenza erano già state evidenziate da F. Bacone (1561-1626) quattro secoli fa: il problema –infatti– non è ‘come’ inferire (=il rigore) ma ‘da che cosa’ e ‘perché’ farlo. Il problema, cioè, non riguarda le ‘regole’ interne a ciascun procedimento cognitivo –il suo “rigore”!– ma il rapporto della conoscenza con la realtà… per questo oggi le Logiche modali (si noti il plurale) sono affiancate dalle Logiche non-modali ed è chiaro a molti settori della Scienza –non ‘ecclesiastica’– che i rapporti ‘ontici’ non esauriscono affatto le relazioni tra le diverse ‘componenti’ della realtà.

 

– Il metodo

Al rigore inferenziale (anche solo puramente formale) tipico di un procedere intellettualistico e disincarnato che finisce per trattare –senz’allontanarsi mai dal tavolino– tutta la realtà in modo assolutamente ‘meccanico’ sotto la pressione e ‘logica’ unica della necessità ontica (la ‘bacchetta magica’ del “dover essere”), la Scienza moderna ha sostituito il metodo come concatenamento strutturato di operazioni strutturate ripetitive che partono dall’esperienza per offrire conoscenze verificabili, da essa derivabili ma in essa non contenute.

In tal modo: se pure il metodo per ‘funzionare’ esige rigore applicativo, com’è fuor di dubbio, non è tuttavia il rigore a fornire le caratteristiche costitutive del metodo stesso il quale consiste, sostanzialmente, in un

a) concatenamento strutturato,

b) di operazioni ripetitive,

c) che partono dall’esperienza,

d) per offrire conoscenze verificabili,

e) da essa derivabili ma in essa non immediatamente contenute.

Ne deriva così la piena possibilità di sventare il falso dilemma iniziale tra “metodo scientifico” e “metodo umanistico” riconoscendo l’inadeguatezza della contrapposizione tra “scientifico” ed “umanistico” poiché, mentre la scientificità riguarda il metodo in sé e per sé… e non esiste metodo se non scientifico, il riferimento umanistico riguarda invece gli ‘oggetti materiali’ dell’indagine scientifica da attuarsi attraverso il metodo; oggetti materiali che possono appartenere indifferentemente sia all’ambito umanistico che a quello naturalistico senza che il “metodo” come tale ne subisca alcuna conseguenza a livello gnoseologico.

 

Lascia un commento

Archiviato in epistemologia

essenze, metafisica e gastronomia

Camaldoli 22 agosto 2013.

A tavola con persone incontrate sul posto, tra cui un professore (lombardo) di Teologia fondamentale con cui stavo parlando, mi esce un’affermazione sulle “essenze“.

Al mio fianco un Perito industriale (emiliano come me) che viaggia per l’Europa a testare metalli interviene stranito e dice:
«Essenze? Le essenze sono la salvia e il rosmarino…»
la mia dirimpettaia (dalla Sicilia) prosegue «anche la menta, il basilico e il prezzemolo».

Non male a livello di “senso comune“…

Lascia un commento

Archiviato in essenze

Fenomenologia o Scienza?

Di fatto Kant con la sua “fenomenologia” –in concreta sostituzione della Scienza (=episteme)– ha inferto all’Epistemologia, oltre che alla Gnoseologia un colpo terribile, intralciandone lo sviluppo per almeno due secoli.

Se, infatti, sono conoscibili, e pertanto studiabili, solo i “fenomeni” (=ciò che appare) e non  i “noumeni” (=ciò che davvero è) allora ciò che si realizza nella ricerca/studio è soltanto –ma anche giustamente– una “fenomeno-logia” (=discorso intorno al fenomeno). Questo però sposta il centro di attenzione della ricerca/studio dalla realtà e quanto di essa si può dire con certezza (=episteme, Scientia) alle sue sole ‘manifestazioni’ esterne e quindi parzialissime, spingendo poi l’attenzione unicamente a quanto effettivamente ‘gestibile’ alla conoscenza umana e cioè le sue sole “rappresentazioni”, ben diverse –però– dalle attuali Teorie scientifiche.

Il pensiero fenomenologico anziché epistemologico kantiano culminò nella prospettiva diltheyana che, se in realtà nulla o quasi potè contro le Scienze ‘dure’ (Naturwissenschaften), risultò assolutamente distruttiva verso quelle antropologico-umanistiche (Geisteswissenschafte) le quali, anziché l’uomo, avrebbero dovuto studiare il suo ‘spirito’.

Lascia un commento

Archiviato in epistemologia