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Causa e necessità…

“Causa” e “necessità” sono espressioni correlate dello stesso “mito” che è il determinismo. L’uomo ha una propensione fortissima a difendersi dall’incognito: il determinismo, in tutte le sue forme (dalla gnosi al meccanicismo, fino al sistema hegeliano), si presenta come la soluzione ideale che permette di porre al sicuro il (proprio) futuro.

La necessità, cioè il “dover essere” è il fulcro di tutto; poste, infatti, le giuste “premesse” (usato qui in modo diverso da quanto si userà in futuro), non c’è più nulla da temere poiché le “conclusioni” sono determinabili a priori: una prospettiva che trova nella Metafisica tradizionale (quella dell’essere) il proprio grembo. Non per nulla si parla a tal proposito di “necessità ontica”. Linguaggio diverso, ma solo a livello terminologico poiché la sintassi conduce agli stessi esiti, è quello della “causalità” attraverso cui lo stesso paradigma deterministico (lo “scire per causas“) ha colonizzato (anche) l’ambito “fisico”. In tal modo il principio di “causa-effetto” è stato utilizzato nella c.d. Scienza (classica e moderna) quale struttura portante sia della ricerca che della conoscenza.

Il mito ha però perso il proprio appeal in campo scientifico naturalistico (=Fisica etc.) con l’avvento del XX secolo, a partire essenzialmente da Heisenberg col suo principio d’indeterminazione il quale, proprio spazzando via ogni possibilità anche teorica di determinabilità puntuale ed istantanea, fa saltare sia la “necessità” a livello metafisico che la “causalità” a livello fisico.
Ciò, infatti, che Heisenberg ci consegna è una realtà “certa” nel suo “accadere” ma non nella sua puntuale e completa individuabilità. Il riferirsi, così, ad eventi maggiormente probabili dal punto di vista statistico –data l’esistenza e “tenuta” della realtà– costringe a declassare la “causa” a semplice “condizione” di maggior probabilità.
Una “condizione” senza della quale non si potrà avere alcuna “conseguenza”, non tuttavia una “causa” da cui scaturirà con certezza un “effetto”. La questione non riguarda, però, la connessione biunivoca esclusiva tra una causa ed un effetto (=il “suo”), ma la connessione tra l’esistenza della causa e il verificarsi dell’effetto previsto; ponendo in evidenza che l’esistenza stessa –e sola– della condizione di possibilità potrebbe non generare affatto nulla a livello di conseguenza. Per contro: senza quella condizione non si potrà certamente avere alcuna conseguenza, ma non basta la condizione (non causativa, secondo il principio d’indeterminazione) a generare la conseguenza. Ciò, ancora, non comporta che all’interno di sistemi sostanzialmente isolati –oltre che ben circoscritti– il principio stimolo-risposta perda il suo valore a livello di “calcolo”, una volta che l’evento “possibile” (ma non “necessario”) si sia effettivamente realizzato… Questo, però, correttamente denominato, dovrebbe chiamarsi principio di “conservazione” dell’energia, o del moto… o di quanto altro, in considerazione che al sistema virtualmente isolato non è possibile “aggiungere” o “sottrarre” quantità significative di “risorse”, di qualunque tipo esse siano, soprattutto dopo la consapevolezza della “relatività” che costringe a cercare in “dimensioni” differenti quanto venuto a mancare in quella originaria (=convertibilità massa-energia). Infatti: che ad ogni azione corrisponda una reazione (uguale e contraria) non ha un valore ontologico, cioè a livello metafisico, ma di semplice “conservazione” della “direzione” del vettore (da cui il “contrario”) e dell’energia (da cui l’uguale). Che questo, tuttavia, sia quasi esclusivamente teorico e confinato ad impatti tra masse comparabili (=gravitazione universale) non è mistero né per la vita ordinaria né –tanto meno– per i giocatori di bigliardo e di bocce.
Questo porta un aiuto, per quanto fuori tempo utile, al problema della causalità posto nei termini di Hume: non si tratta affatto dell’alternativa concorrenziale ed escludente tra il “propter hoc” e il “post hoc” ma di una loro copresenza e subordinazione temporale: “post hoc” in quanto serve la condizione adeguata e “propter hoc” poiché questa è la condizione di possibilità. Il “post hoc” è necessario poiché l’evento deve essersi realmente verificato, non di meno il “propter hoc” è necessario poiché senza di esso non avrebbe potuto realizzarsi l’evento stesso. In tale prospettiva il principio d’indeterminazione fa saltare anche la diade miracolosa del “necessario e sufficiente“, poiché quando la condizione sia sufficiente, non esiste più alcuna necessità, né la necessità aggiunge nulla alla sufficienza.

In merito le questioni sono ampie e complesse da tempo:

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Perché un realismo dev’essere critico?

La recente presentazione del libro “Realismo e metodo. La riflessione epistemologica di Bernard Lonergan” curato da Rosanna Finamore (16 marzo – Pontificia Università Gregoriana), ha messo in risalto ancora una volta come il “realismo” di per sé non sia oggi in questione (cfr. prof.ssa F. D’Agostini – Politecnico di Torino), tanto più dopo che –di fatto– lo stesso Hegel (da qualcuno) viene ammesso tra i “realisti” (negando così il concetto stesso o rendendolo ormai del tutto inutilizzabile, a quelle condizioni – sic) ciò che, invece, continua a rilevare in quest’ambito è il concetto di “criticità”.
In che cosa, infatti, essa consiste? E perché –ulteriormente– il suo abbinamento alla categoria di “realismo” può contribuire a meglio comprenderlo (come lasciava intendere nella stessa occasione la prof.ssa Lanfredini – Università di Firenze)?
Il “realismo critico”, in altri termini, ha una propria identità e consistenza non stemperabili né riducibili?
Personalmente ritengo che la criticità consista (anche) in alcuni elementi espressamente metodologici con immediata ricaduta epistemologica. Si tratta:
– in primo luogo, di selezionare nel linguaggio le sole “affermazioni” sulla realtà (intesa come “stati di cose”);
– in secondo luogo occorre chiedersi se esse siano “vere” (domanda per intelligenza, direbbe Lonergan);
– quindi anche “perché” siano tali ed, eventualmente, “quanto” lo siano (lonerganianamente: domande per riflessione).
In questo modo l’approccio al “vero” e la sua adozione come ‘parametro’ di giudizio delle affermazioni sulla realtà conferiranno ad un –più o meno ampio– “realismo” una caratteristica del tutto peculiare ed abbastanza univoca, adatta ad integrare –solo– un certo tipo di approcci gnoseologici ed epistemologici effettivamente “realistici”.
Diversamente un realismo non-critico si tramuterebbe in pura ideologia: chi, infatti, oggi accetterebbe di essere (s)qualificato come “idealista”?
Ma: ritenersi realisti ed esserlo davvero sono questioni di sola auto-coscienza?

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La Storia come la Fisica

La Storia per le Discipline umanistiche è come la Fisica per quelle naturalistiche: Chimica e Biologia, p.es., non possono prescindere da: tempo, distanza, temperatura, pressione, accelerazione, carica, ecc.
Allo stesso modo per la Storia: Letteratura, Diritto, Arte, Filosofia, Teologia, Sociologia, ecc. non possono darsi fuori dallo spazio-tempo di cui la Storia rende in qualche modo ragione.
Non si tratta di specifiche e puntuali questioni ‘storiografiche’ ma della rilevanza degli elementi di cui la Storiografia tiene conto nel proprio articolarsi (luoghi, date, culture, eventi, convinzioni, pratiche, ecc.); proprio come gli elementi di cui la Fisica si occupa al proprio interno (tempo, temperatura, ecc.).

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Principio di non-contraddizione

Il Principio di non-contraddizione è un po’ come il 5° postulato di Euclide:
un’utilissima ‘semplificazione’ per la vita quotidiana… un modo per poter far prima i propri calcoli esistenziali ed operativi…
da nessuna parte, tuttavia, consta che esso ‘esista’ o -non di meno- ‘valga‘!
Esso, infatti, non appartiene alla realtà come tale (non si trova in natura) ma al nostro modo di pensare la realtà stessa.

Certo: in uno spazio limitato com’è quello normalmente accessibile alla vita quotidiana, con distanze che possono essere misurate in metri (o poco più), in un rapporto coi ‘numeri’ delle cose che non va sostanzialmente al di là dei numeri reali-interi-finiti, tutto funziona benone. Lo stesso vale per i ‘corpi’ e le ‘cose’, soprattutto a livello spaziale (se ‘sono’ fisicamente a Roma non posso ‘essere’ anche a Londra… per quanto possa però ‘rendermi presente’ anche là in qualche modo).

Quando, tuttavia, ci si allontani dalle ‘cose’ della quotidianità esperienziale (senso/percezione comune) e ci si addentri in ‘altre’ dimensioni della realtà, come i ‘campi magnetici’ o elettrici, le cose cambiano parecchio.
Allo stesso modo che la presa in considerazione dello spazio curvo anziché piano ha reso inapplicabile (poiché inutile e ‘contraddittorio’) il 5° postulato di Euclide.

Prima di ‘utilizzarlo’, quindi, come l’elemento insindacabile di un approccio alla realtà, occorre ‘dimostrarne’ la legittimità dell’uso ed applicazione.

 

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L’eccezione conferma la regola?

L’eccezione che ‘conferma’ la regola, in realtà conferma solo la nostra ignoranza che, in tal modo, deve ammettere di non aver capito tutto con l’intensità e precisione che aveva preteso.
E’ uno dei tipici casi un cui la realtà (ci) r-esiste!

L’espressione -in realtà- manifesta il presupposto gnostico (e pseudo-metafisico) che sta dietro tal modo di vedere le cose: in fondo si è convinti di possedere già la ‘chiave’ della realtà (=la ‘regola’) cui ci si riferisce… è chiaro che un ‘evento/fenomeno’ che non accada secondo la (nostra pretesa) ‘regola’ si configura come eccezione.

Il problema vero, però, sta nel decidere che cosa sia più ‘vero’: se la nostra pretesa ‘regola’ o la realtà che bellamente se ne discosta!
In tal caso, infatti, la c.d. eccezione VANIFICA la -solo- pretesa regola! Ciò non esclude, comunque, che quanto già realizzato (tecnologicamente) secondo quella ‘regola’ sia effettivamente valido… si tratterà pertanto di ipotizzare un’altra ‘modellizzazione’ del reale (=regola) che contenga ciò che già ‘funziona’ ed anche la ‘novità’ che ha turbato la nostra pretesa conoscenza.

D’altra parte, essendo la Scienza moderna induttiva, molto dipende dalla induzione originaria… se, infatti, l’ambito di osservazione e sperimentazione da cui ha preso origine ‘quella’ regola (pur efficace) è troppo parziale, non è difficile dover accogliere di essersi relazionati con ‘una’ soltanto delle ‘aree’ d’interesse (=dominio) di quel tipo di fenomeni: una delle ‘specie’ di quel ‘genere’, per dirla alla vecchia maniera.

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30 settembre: S. Girolamo

La prospettiva unicamente (teo-)metafisica anziché epistemologica giunta fino a Galileo (il quale, lucidamente, la metterà a nudo proprio in/per questa sua ambiguità) all’interno del pensiero cattolico trova salde fondamenta e ‘giustificazioni’ nella Patristica tardo-classica, pressoché immobilizzata per un millennio nel pensiero cristiano dalle c.d. invasioni barbariche della metà del sec.V.

Ne è testimone eloquente (suo malgrado, ovviamente) S. Girolamo (340-420 d.C.) -uno dei maggiori intellettuali del tempo, e di formazione ‘multiculturale’- il quale, nel suo “Proemio al Commento del Profeta Isaia” (CCL 73, 1-3, 2) scrive:
«questo libro della Scrittura contiene tutti i misteri del Signore» (nulla quaestio dal punto di vista teologico)
e continua: «Che dirò della sua dottrina sulla fisica, sull’etica e sulla logica?» operando qui con evidenza una vistosa uscita dal campo squisitamente teologico (cristiano) per entrare in quello metafisico

uscita di campo confermata ed aggravata dall’immediata (per quanto inconsapevole -allora!-) continuazione:
«Tutto ciò che riguarda le Sacre Scritture [OK!], tutto ciò che la lingua può esprimere e l’intelligenza dei mortali può comprendere [!!!problema!!!], si trova racchiuso in questo volume».

 

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Evviva lo squelch

Per la scienza odierna gli ‘antichi’ rischiano spesso di essere come un ‘rumore di fondo‘ (=il QRM radio) che impedisce di ‘capire’ cosa si ha di fronte.
Come quando si accende una radio rice-trasmittente (CB, UHF, VHF) e si è investiti da un intenso ‘fruscio’ che copre qualunque altro suono o voce, rendendo impossibile l’uso dell’apparecchio.

Per fortuna hanno inventato lo ‘squelch’ attraverso cui s’interviene a ‘zittire‘ il QRM per ‘ascoltare’ chi davvero sta parlando.

E’ la stessa circostanza che spinge i romani -nella mitica notte di S. Lorenzo- a non fermarsi in Piazza Navona (pur sempre bella e frequentata) per veder bene le stelle cadenti …ma ad uscire sui colli.

Non per nulla gli osservatori astronomici vengono costruiti il più lontano possibile dalle ‘luci’ delle metropoli ed i migliori telescopi vengono addirittura inviati oltre l’atmosfera terrestre nel ‘buio’ siderale…

A volte per individuare il ‘nuovo’ è assolutamente prioritario ‘zittire’ tutto il vecchio!

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