Il presupposto scientifico moderno: differenza tra metodo e rigore

Il presupposto scientifico moderno: differenza tra “metodo” e “rigore”

Il cuore della Scienza moderna consiste, in ultimissima istanza, nell’introduzione del “metodo” al posto del semplice “rigore”: una vera rivoluzione ‘copernicana’ che passa da una caratteristica (qual è il rigore) ad una struttura (qual è il metodo)… anche in campo umanistico!

Questo proviene da (o forse, semplicemente, manifesta) una visione assolutamente unitaria della realtà nei confronti della quale non si può assumere nessuna ‘posizione’ (=obiectum formale quo) quasi che si potesse ‘uscire’ dalla realtà stessa per ‘guardarla’ dall’esterno e da più punti di vista… La realtà è una sola e ciascuno di noi le appartiene: non si può uscire dalla realtà –per ‘osservarla’– poiché questo significherebbe uscire dall’esistenza stessa. È, invece, stando consapevolmente nella realtà che la si può conoscere: facendone esperienza.

Ciò, però, non è altro che dal “Principio d’indeterminazione” di Heisenberg, secondo cui l’osservatore appartiene sempre al ‘sistema’ osservato e non può che averne una percezione ‘relativa’ (alla sua stessa presenza) non potendosi calcolare al contempo “posizione” e “quantità di moto” di una particella sub-atomica. Detto in altri termini: non è (più) utilizzabile il ‘concetto’ di “obiectum formale quo”! Né la considerazione o l’approccio o l’analisi di qualcosa “sub specie…”. La Scienza moderna è ‘tale’ solo per “oggetti materiali” (=obiectum formale quod): chiari, specifici, definiti… per quanto non necessariamente ‘corporei’, come accade per i “flussi”, i “campi”, ma anche per la Storia o il Diritto.

L’ambito umanistico, dal canto proprio, si era sempre difeso arroccandosi dietro al “rigore” del ragionamento e dell’argomentazione, fino al tentativo –assolutamente espressivo della mentalità dominante– dello stesso Husserl nel 1910 di verificare –ed eventualmente dimostrare– la solidità della stessa Filosofia proprio quale “Scienza rigorosa”, espressione il cui accento non lascia dubbi… non meno che il suo tragico esito.

 

– Il rigore

La conoscenza/scienza classica si basava sul “rigore” con cui venivano concatenate tra loro affermazioni anche –di per sé– assolutamente irrelate; in fondo bastava essere ‘rigorosi’ nel proprio “procedere da/per principi” (come anche riteneva S. Tommaso)! “Essere rigorosi” che significava di fatto applicare in modo ineccepibile gli schemi inferenziali standardizzati: i 19 sillogismi ‘validi’ reduci dai 256 teorici, tutti poi ‘trasformabili’ nell’unico sillogismo ‘universale’ (“barbara”) che resse per secoli dal Medio Evo in poi la c.d. Logica minor contro cui s’indirizzò implacabile la contestazione dei novatores. I quali, però, vinsero! Così come la stessa Logica minor fu ben presto estromessa dal mondo delle Scienze moderne, preferendosi ben altri approcci alla realtà.

Alcune osservazioni generali in merito.

a) Per l’approccio gnoseologico basato sul rigore è decisiva l’idea di concatenamento o “catena inferenziale”: se e dove esiste ‘connessione’ si può proseguire, da idea a idea, da affermazione ad affermazione, da principio a principio. Da anello ad anello… non importa di che tipo di anello si tratti. Basta così un solo anello più debole degli altri (di lana anziché di ferro) per vanificare l’intera attività cognitiva …semper salva principia!

b) Il risultato ed il valore della conoscenza evidenziata in tal modo è funzione del (solo) rigore ‘interno’ ai singoli sillogismi; non si percepisce affatto che ogni successivo sillogismo funziona come una vera e propria “diluizione” della pregnanza ontologica e gnoseologica precedente… fino allo svuotamento assoluto degli ultimi ‘esiti’ della catena inferenziale stessa a causa dei continui ‘rimbalzi’ dei “predicati” da un soggetto all’altro e/o dello scambio tra i soggetti specificati dagli stessi predicati.

c) Allo stesso tempo: base pressoché ineliminabile del procedere attraverso il concatenamento sillogistico è l’analogia, attraverso la quale il contenuto della “predicazione” cognitiva viene via via mutato in base all’identità del soggetto di cui si effettua la predicazione. I diversi tipi di analogia, non di meno, complicano ulteriormente la portata delle predicazioni realizzate.

d) Quali siano i ‘punti’ di partenza (=gli oggetti materiali) della ricerca e quali i ‘loro’ elementi da esaminare risulta spesso del tutto arbitrario: i “Commenti alle Sentenze” e le “Questioni disputate” su cui si reggeva la Scolastica sono un chiaro esempio dell’inconsistenza di ciò che attiva e regge la riflessione: si commenta ciò che si è deciso di commentare, si disputa di ciò che interessa… vero o falso, reale o no, episteme o doxa, non fa alcuna differenza.

e) Il rigore del procedere sillogistico è puramente ‘interno’ al procedimento inferenziale adottato, senza che la realtà possa dire nulla in merito; si giunge così all’adozione (anche) di sillogismi ‘validi’ solo ‘formalmente’ ma contrari alla realtà! Quali, poi, siano gli elementi ormai ‘certi’ da assumere per le successive inferenze rigorose che permettano di proseguire la ricerca rimane del tutto indeterminabile ed arbitrario data l’assenza di ‘regole’ per individuare l’adeguatezza delle ‘premesse’ attraverso cui costruire l’inferenza successiva.

f) La maggior attenzione al rigore del procedere che non alla ‘realtà’ e verità degli elementi coinvolti nella ricerca porta(va) ad una conoscenza/scienza soltanto intellettualistica, disincarnata ed irreale, senz’alcuna connessione col vissuto delle persone.

Tanto basti a porre in guardia da un semplicistico “rigore” come ‘fondativo’ della conoscenza e della ‘scienza’.

La questione e l’inattendibilità ‘globale’ di questo genere di approccio alla conoscenza erano già state evidenziate da F. Bacone (1561-1626) quattro secoli fa: il problema –infatti– non è ‘come’ inferire (=il rigore) ma ‘da che cosa’ e ‘perché’ farlo. Il problema, cioè, non riguarda le ‘regole’ interne a ciascun procedimento cognitivo –il suo “rigore”!– ma il rapporto della conoscenza con la realtà… per questo oggi le Logiche modali (si noti il plurale) sono affiancate dalle Logiche non-modali ed è chiaro a molti settori della Scienza –non ‘ecclesiastica’– che i rapporti ‘ontici’ non esauriscono affatto le relazioni tra le diverse ‘componenti’ della realtà.

 

– Il metodo

Al rigore inferenziale (anche solo puramente formale) tipico di un procedere intellettualistico e disincarnato che finisce per trattare –senz’allontanarsi mai dal tavolino– tutta la realtà in modo assolutamente ‘meccanico’ sotto la pressione e ‘logica’ unica della necessità ontica (la ‘bacchetta magica’ del “dover essere”), la Scienza moderna ha sostituito il metodo come concatenamento strutturato di operazioni strutturate ripetitive che partono dall’esperienza per offrire conoscenze verificabili, da essa derivabili ma in essa non contenute.

In tal modo: se pure il metodo per ‘funzionare’ esige rigore applicativo, com’è fuor di dubbio, non è tuttavia il rigore a fornire le caratteristiche costitutive del metodo stesso il quale consiste, sostanzialmente, in un

a) concatenamento strutturato,

b) di operazioni ripetitive,

c) che partono dall’esperienza,

d) per offrire conoscenze verificabili,

e) da essa derivabili ma in essa non immediatamente contenute.

Ne deriva così la piena possibilità di sventare il falso dilemma iniziale tra “metodo scientifico” e “metodo umanistico” riconoscendo l’inadeguatezza della contrapposizione tra “scientifico” ed “umanistico” poiché, mentre la scientificità riguarda il metodo in sé e per sé… e non esiste metodo se non scientifico, il riferimento umanistico riguarda invece gli ‘oggetti materiali’ dell’indagine scientifica da attuarsi attraverso il metodo; oggetti materiali che possono appartenere indifferentemente sia all’ambito umanistico che a quello naturalistico senza che il “metodo” come tale ne subisca alcuna conseguenza a livello gnoseologico.

 

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