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essenze, metafisica e gastronomia

Camaldoli 22 agosto 2013.

A tavola con persone incontrate sul posto, tra cui un professore (lombardo) di Teologia fondamentale con cui stavo parlando, mi esce un’affermazione sulle “essenze“.

Al mio fianco un Perito industriale (emiliano come me) che viaggia per l’Europa a testare metalli interviene stranito e dice:
«Essenze? Le essenze sono la salvia e il rosmarino…»
la mia dirimpettaia (dalla Sicilia) prosegue «anche la menta, il basilico e il prezzemolo».

Non male a livello di “senso comune“…

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L’esperienza quasi-mistica del fuso orario

Ho avuto per la prima volta la possibilità di fare un viaggio con un cambio apprezzabile di fuso orario: 5 ore, ed è stata un’esperienza importante dal punto di vista gnoseologico, per non dire anche ‘metafisico’.

Cosa è il tempo? La risposta che solo i fisici considerano è quella di una ‘funzione’ del moto, una sua espressione, una sua ‘conseguenza’.

E così è esattamente quando si vola! Rotazione terrestre e volo dell’aereo con velocità diverse si sottraggono o si sommano ‘creando'(?) tempo.

5 ore di volo sono sufficienti a farlo percepire e forse ‘concepire’: arrivi a destinazione e l’orologio da polso (secondo il quale ti sei imbarcato) ti dice che hai viaggiato per 12 ore, mentre quello dell’aeroporto in cui atterri ti dice che ne sono passate solo 7: le hai perciò guadagnate e puoi fare qualcosa in più; un’opportunità che si sfrutta senza farsi troppe domande. Più strano è il rientro poiché le 12 ore di volo (del proprio) sono ‘diventate’ 17 (secondo l’aeroporto)! Ma, allora: quanto tempo ‘dura’ quel viaggio? 7 o 17 ore?

Così mentre porto le lancette avanti di 5 ore mi chiedo: dove le ho ‘prese’ queste qui? Cosa ne ho fatto? Perché le aggiungo al tempo già ‘passato’? E, di conseguenza: cosa è successo nel mondo in queste 5 ore che io non ho vissuto? Le risposte filosofiche ‘classiche in merito non soddisfano la sensazione che si prova… per questo parlo di esperienza ‘quasi-mistica’… non volendo dire (parzialmente) anti-metafisica…

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Essenze e formalismo

Una conseguenza di fatto in-evitata della prospettiva essenzialista è anche l’appiattimento di tutto l’umano sulle sole ‘forme’ che ‘attualizzano’ (in un istante!) l’essere, modellandone la potenzialità.

In tal modo NESSUNA azione umana possiede più valore alcuno in sé, poiché basta che venga ‘posto’ o si realizzi il ‘quid’ che permette lo sprigionarsi dell’essenza/forma, generando l’(ess)ente.
La ricaduta in ambito liturgico e più generalmente ‘celebrativo’ è colossale: l’intero ‘rito’ è solo apparato esterno ed accidentale (non per nulla chiamato spesso “funzione”), conta solo l’innesco dell’essenza/forma: il gesto (unico) o la formula (forse magica?) che ‘realizza’ ipso-facto il nuovo (ess)ente… TUTTO il resto costituisce MERA SOLENNITA’… bella, ma -in fondo- inutile.
In tal modo le varie ‘Scolastiche’ hanno prodotto, per mera deduzione ontica, una quantità di prassi ecclesiastiche che al di fuori di tale contesto non hanno nessuna credibile plausibilità…
In questo modo salta l’intera portata antropologica della dimensione celebrativa perché quello che conta è che venga ‘posta’ la “forma” attraverso cui si ‘comunica’ l’essenza… senza, non di meno, scongiurare in alcun modo l’introdursi e radicarsi di veri e propri atteggiamenti meccanicistici e magici …che, in fondo, ai medioevali non dispiacevano per nulla.

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Ancora essenze

L’enfasi sulla ‘realtà’ in quanto mera “espressione dell’essere” risulta di fatto devastante per la sua stessa percezione ordinaria e, pertanto, esistenziale.

Quando, infatti, dell’esperienza e soprattutto delle ‘cose’ ed ‘azioni’ che la compongono si coglie e fruisce solo la ‘parte’ essente (=di espressa competenza e consistenza dell’essere come tale) l’intera realtà finisce per svanire concentrandosi in unico ‘nucleo’ densissimo (=l’essere stesso) in cui tutto è già… per quanto non sia possibile coglierne alcuna delle ‘manifestazioni’ concrete: una sorta di ritorno all’istante precedente il big-bang in cui ‘quella’ concentrazione di massa conteneva già ‘potenzialmente’ e di fatto l’intero universo… ciascuno di noi compreso! Nulla di veramente diverso dalla teoria (almeno come trasmessa e recepita ordinariamente!) dell’essere in potenza ed in atto. Una chiara menzogna esistenziale poiché NON è affatto vero che ciascuno di noi (e nessun’altra cosa in realtà) è SOLO una POSSIBILE espressione/manifestazione di tale ONNI-POTENZIALITA’!

Senza trascurare che in tal modo SVANISCE nel nulla il campo irrinunciabile del ‘SENSO’! Se tutto, in fondo, “è già” ed è completamente in sé, tranne quel piccolo ‘accidente’ che è il tempo con la sua spesso conseguente frammentazione individualizzante degli (ess)enti, allora anche il ‘senso’ di tutto “è già” ab origine… pur senza ‘esistere’ ancora! Ciò porterebbe, tuttavia, a cortocircuitare (come abbondantemente accaduto!) il ‘senso’ con la sola intenzionalità… bastando (ancora una volta) questa soltanto a ‘costituire’ la realtà stessa! …anche nei casi in cui non si giunga a ‘realizzare’ tale realtà

L’approccio non è ‘neutro’ neppure dal punto di vista ‘teologico’ in quanto una tale concezione non risulta per nulla conciliabile con quella biblica, mostrando somiglianze molto espresse -per contro- con le concezioni religioso-filosofiche dell’Estremo oriente nelle quali il ‘tutto’ è ciò che davvero e SOLO esiste… e noi in esso.

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Essenze digitali?

Uno dei (tanti) fattori che gli appassionati di ‘essenze’ non pare siano riusciti a ‘gestire’ adeguatamente all’interno del loro paradigma è l’inevitabile riduzione della realtà intera ad un semplice sistema che oggi diremmo “digitale” ma che bisognerebbe avere, invece, la lucidità di chiamare (solo) “BINARIO”.

La terminologia che stiamo adottando è quella connessa alla descrizione dei ‘segnali’ (radio)elettrici che contrappone in modo strutturale i concetti di “digitale” ed “analogico”, laddove “analogico” è l’insieme delle diverse componenti/portanti e loro ‘armoniche’ mentre “digitale” indica semplicemente la descrizione ridotta ad una sequenza di 1 e 0…

– Una realtà fatta di ‘esistenti’ (come la VITA REALE!) è una realtà ‘analogica’, formata da un’infinità di ‘elementi’ a struttura complessa, spesso ridondante, non priva di ‘interferenze’ ed infinitamente ‘sovrastrutturata’ rispetto alla sua concreta ‘utilità’ per gli usi che ne possono derivare;

– una realtà fatta di ‘(ess)enti’ diventa immancabilmente ‘binaria’ poiché o gli enti sono riconducibili all’essenza (corretta) oppure no… e quando è ‘verificata’ questa riconduzione all’essenza tutto il resto perde qualunque valore divenendo sostanzialmente inutile, ricadendo fuori da ogni ‘interessamento’ e conseguente ‘utilità’. Si vedano in merito le codifiche ‘digitali’ (per “sottrazione” =TAGLIO!) MP3, MP4, JMPEG, ecc. in cui si considera, gestisce e trasmette SOLO quanto immediatamente utile all’ascolto ed alla vista… TUTTO il resto ‘salta’!

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La questione (in realtà: il grande problema!) acquista un valore irrinunciabile in tutte quelle ‘parti/espressioni’ della realtà che siano per loro ‘natura’ dinamiche oppure espressioni prettamente ‘personali’, mai identificabili con lo ‘status’ di un essere che ‘diviene’ secondo una essenza.

Gli ambiti presi in esame dalla Fenomenologia (husserliana) o dalle varie Filosofie analitiche… ma anche dalla Teologia e Liturgia (cattoliche) subiscono conseguenze incredibili da questa ‘digitalizzazione’ essenzialista della realtà.

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Dio-essere

Dal precedente problema circa le ‘essenze’ nascono anche alcuni problemi ‘teologici’: qual è il rapporto tra Dio e ‘questo’ essere?
(Non ci si illuda: in queste ‘visioni’ [sic!] non ne esistono ‘altri’!)

1) Poiché, se Dio è l’essere stesso (come SPESSISSIMO [=sempre?] nelle varie ‘Scolastiche’), non si può non essere panteisti e le religioni/filosofie dell’estremo oriente hanno ragione loro…
se, invece, Dio non è l’essere, allora c’è qualcosa di cui Dio è costituito secondo una particolare ‘essenza/forma’, ma così Dio stesso diventa un ‘ente’!

Non meno problematico sarebbe anche il rapporto tra ‘essere’ e Geist: cosa serebbe, infatti, questo “spirito” di cui la Filosofia tedesca moderna ha riempito il mondo? …In fondo mettendolo al posto dell’essere ‘classico’?

2) La questione peggiora se si consideri come il Dio biblico si mostri radicalmente diverso (avverso?) a quello greco-scolastico-moderno.

Mosè per potersi rapportare con lui gli chiede ‘il nome’: l’’essenza’ propria di ‘dio’ che egli percepisce -infatti- non basta a se stessa!
D’altra parte il ‘dio’ di Aristotele, quello di Spinoza o Leibniz, quello di Hegel(!) …e Marx o Nietzsche, come già intuì –inascoltato- Pascal non è il “Dio di Abramo”!

3) Allo stesso tempo, però, neppure quello di S. Tommaso (ed altri) nelle sue ‘vie’…

Non è possibile -infatti- arrivare al Dio di Abramo (Gesù Cristo) attraverso ‘vie’ che prescindano dal suo ‘nome’;
non è possibile arrivare al Dio di Abramo semplicemente con l’apposizione di una ‘etichetta’ a «ciò che chiamiamo Dio»!
…si tratterebbe, infatti, di una ‘essenza’… che solo in modo ARBITRARIO decidiamo di “chiamare” in un ‘certo’ modo.

Le strade dell’apologia sono chiuse dalla loro stessa ‘origine’ poiché è il linguaggio che somministrano ed impongono a ‘chiudere’ e forzare l’orizzonte sia espressivo che delle ‘conclusioni’ possibili.

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essenze?

Non si può ignorare come il problema delle “essenze” non sia autoreferenziale e non si possa affrontare isolatamente; infatti è la stessa concezione ilemorfica della realtà –ad esse sottostante– a non poter essere accolta quale adeguata visione del reale.

Le “essenze”, infatti, non sono altro che le “forme” che ‘realizzano’ la potenza assoluta della “materia”, che è “tutto” (in quanto potenza assoluta) e “nulla” (in quanto senza ‘forme’ NON-ESISTE nulla!) allo stesso tempo.

Un ragionare per essenze, d’altra parte, non può che introdurre ed indurre una visione irrealistica della realtà: l’essenza/forma (la morphé greca e poi la Gestalt germanica), infatti, intese come “quanto necessario e sufficiente” perché gli “enti” siano ciò che sono, anziché ‘unificare’ la realtà la frammentano di fatto molto maggiormente poiché non riescono in nessun modo a dare ragione di tutti i ‘singoli’ concretamente esistenti poiché in effetti, se così fosse, non esisterebbe nessun ‘singolo’ essendo essi tutti ‘uguali’ (si direbbe oggi ‘classe’ per ‘classe’), poiché dotati della stessa ‘forma/essenza’.

Questo, non di meno, pone il problema del rapporto con l’“ESSERE” quando venga inteso non come semplice ‘MODO’ o caratteristica predicabile dei soggetti ma come la ‘materia’ stessa della realtà: ciò che “è” negli (ess)enti secondo l’essenza/forma…

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