essenze, metafisica e gastronomia

Camaldoli 22 agosto 2013.

A tavola con persone incontrate sul posto, tra cui un professore (lombardo) di Teologia fondamentale con cui stavo parlando, mi esce un’affermazione sulle “essenze“.

Al mio fianco un Perito industriale (emiliano come me) che viaggia per l’Europa a testare metalli interviene stranito e dice:
«Essenze? Le essenze sono la salvia e il rosmarino…»
la mia dirimpettaia (dalla Sicilia) prosegue «anche la menta, il basilico e il prezzemolo».

Non male a livello di “senso comune“…

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Fenomenologia o Scienza?

Di fatto Kant con la sua “fenomenologia” –in concreta sostituzione della Scienza (=episteme)– ha inferto all’Epistemologia, oltre che alla Gnoseologia un colpo terribile, intralciandone lo sviluppo per almeno due secoli.

Se, infatti, sono conoscibili, e pertanto studiabili, solo i “fenomeni” (=ciò che appare) e non  i “noumeni” (=ciò che davvero è) allora ciò che si realizza nella ricerca/studio è soltanto –ma anche giustamente– una “fenomeno-logia” (=discorso intorno al fenomeno). Questo però sposta il centro di attenzione della ricerca/studio dalla realtà e quanto di essa si può dire con certezza (=episteme, Scientia) alle sue sole ‘manifestazioni’ esterne e quindi parzialissime, spingendo poi l’attenzione unicamente a quanto effettivamente ‘gestibile’ alla conoscenza umana e cioè le sue sole “rappresentazioni”, ben diverse –però– dalle attuali Teorie scientifiche.

Il pensiero fenomenologico anziché epistemologico kantiano culminò nella prospettiva diltheyana che, se in realtà nulla o quasi potè contro le Scienze ‘dure’ (Naturwissenschaften), risultò assolutamente distruttiva verso quelle antropologico-umanistiche (Geisteswissenschafte) le quali, anziché l’uomo, avrebbero dovuto studiare il suo ‘spirito’.

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referaggio scientifico o CENSURA antiscientifica?

Mi sto dovendo interessare di questioni connesse al “referaggio” delle Riviste scientifiche e la questione mi preoccupa parecchio poiché i reali presupposti di tutto questo marchingegno sono assolutamente CONTRARI a quanto ha fatto NASCERE e PROSPERARE la Scienza moderna.

Se Galileo avesso dovuto ottenere una “peer review” prima di pubblicare le proprie opere saremmo ancora fermi là. E dopo di lui tutti gli altri ‘novatores‘ allo stesso modo!

Non di meno questo sottrae la ricerca scientifica alla dinamica salutare di una reale ‘falsificazione’ alla quale i ricercatori si possano esporre liberamente, oltre che in modo ragionevolmente fondato (visto che si tratta della loro stessa persona e credibilità!).

Il referaggio, invece, sta ormai costruendo una sorta di CENSURA-PREVIA che impedisce la libera circolazione delle ipotesi di ricerca: quanto infatti non risulta ‘ammissibile’ ai “pari” che stilano il documento di ‘referenza’ –ammettendo o meno lo scritto alla pubblicazione– rimane fuori dal circuito ‘scientifico’… demandando a solo due collaboratori ‘esterni’ alla Rivista il giudizio che, seguendo T.S. Kuhn, dovrebbe invece competere all’intera comunità scientifica, unica ‘depositaria’ del “paradigma” ed attrice dei suo cambio.

La questione, in realtà, è molto più seria poiché concentra in sé e ridistribuisce ad onere collettivo ed indifferenziato UNA SOLA PROBLEMATICA che riguarda SOLO POCHE DECINE di ricercatori: quelli in corsa/attesa di un posto di lavoro presso un’Istituzione accademica o, al suo interno, a qualche finanziamento pubblico. In tal modo, però, per evitare i ‘baroni’ si alzano le mura intorno ad una cittadella fortificata che difende una ‘casta’ vera e propria. Come molti Ordini professionali: è la stessa dinamica… Entra solo chi viene ammesso da chi è già dentro!

Ma col referaggio la non-selezione avviene già prima: al momento della NON-creazione dei presupposti per concorrere liberamente. Certo: in questo modo le Commissioni esaminatrici devono solo contare quante citazioni uno ha ottenuto (non importa se a titolo positivo o negativo) ed il lavoro sporco lo fanno gli altri: i “pari” che come i capponi(!) di manzoniana memoria non trovano di meglio da fare che beccarsi a vicenda lungo la strada verso la stessa padella.

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La questione si sta complicando ulteriormente poiché il Coordinamento delle “University Press Italiane” sta mettendo a punto una sorta di “marchio formale di scientificità” col quale ‘NON-bollare‘ ciò che non merita di essere riconosciuto ‘scientifico’: Monografie e Riviste.
Un bel ‘lavoretto’ che ridurrà a poche decine all’anno le opere che potranno essere prese in considerazione ai fini della carriera universitaria di qualcUNO (et similia et connexa)… TUTTO il resto NON VARRA’ NULLA! Poiché non ammesso ai computi bibliometrici nazionali ed internazionali… tanto varrà: prima non leggerlo neppure e poi non stamparlo neanche… Le “Universities Press“!!!

Se, poi, si considera l’intera questione in relazione alle Scienze umanistiche il ‘prodigio’ offre il meglio di sé!!!
– Chi/come valuta la ‘scientificità’ degli scritti filosofici?
– Chi pubblica in inglese uno studio su di una Legge regionale italiana?

Non per nulla varie ‘aree’ della ricerca italiana sono in subbuglio contro questo genere di attività completamente decontestualizzate rispetto alla vera natura della Scienza moderna.

Si veda in merito:

– “VERSO LA CATASTROFE? I CONTROVERSI CRITERI VALUTATIVI DELLE OPERE SCIENTIFICHE” (E. Vitali)

–  Cahiers de doléances: l’archeologia e le riviste in fascia A

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Scienza, Filosofia e laboratori

Tra gli elementi che continuano a distinguere e differenziare strutturalmente la Scienza (moderna) dalla Filosofia (di ogni tempo) si collocano senza dubbio anche i ‘laboratori‘: la Scienza moderna non solo si fa ‘con le mani‘ si fa anche ‘in laboratorio‘!

Mentre per ‘filosofare’ non ci sono ambienti strutturalmente ‘privilegiati’, poiché ciascuno interroga se stesso dove e quando meglio lo aggrada (chi in montagna, chi in spiaggia, chi sul divano… ecc.), per ‘fare ricerca scientifica’ sono necessari i ‘laboratori’ (chimici, fisici, biologici…) poiché la realtà che si va ad interrogare circa le proprie ‘caratteristiche’ (funzionali) ha la necessità di essere in qualche modo ‘gestita’ e -soprattutto- monitorata e misurata.
Ciò vale anche per le Scienze e Discipline ‘umanistiche‘. Esse pure hanno i propri ‘laboratori’: le Biblioteche e gli Archivi (senza trascurare gli ‘scavi’ ed altro che sia in grado di offrire ‘fonti’ alla ricerca).

D’altra parte: chi ‘filosofa’ e chi studia un filosofo compie due attività radicalmente diverse.
Chi studia un filosofo (ma qualsiasi ‘autore’) compie una “attività di laboratorio“, poiché sottolinea, scheda, collega, interroga, relaziona, cercaverifica…  non meno e non diversamente da un biologo o da un chimico.
E fa ciò seguendo ed applicando esattamente le stesse ‘regole’ e gli stessi criteri e principi: le “tabulae baconiane” (praesentiae, absentiae, graduum).
Una volta terminata la compilazione delle Tabulae (creazione dei ‘dati’ secondo l’ipotesi di ricerca) si procede al “cross experiment“: la prova dell’incrocio dei ‘dati’ così individuati per ‘vedere’ cosa ne emerge… aiutando l’induzione a ‘sospettare’ e scoprire relazioni, connessioni, dipendenze, causalità e a configurarne e disegnarne la ‘rete’ (J.S.Mill).
Esattamente in ciò sta e si realizza la Scienza moderna, anche non-naturalistica.

 

 

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Fonti, Scienza e Filosofia

Le ‘fonti‘ hanno una funzione epistemologica fondamentale nel distinguere strutturalmente tra Filosofia e Scienza:
le ‘fonti’, infatti, costituiscono quell’elemento di irrinunciabile ‘oggettualità’ da cui la Scienza non può mai prescindere per rimanere “ricerca intorno a” e non mero “discorso su”.

Se chi pensa e ragiona non ha ‘nulla’ di ‘fisico/fattuale’ (=un “quid“, una “res“) innanzi a sé, ben presto finirà per intrattenersi con se stesso e, nel migliore dei casi, trovarsi a ‘dialogare’ con se stesso, nel miglior stile platonico…

Non sarebbe, però, Scienza!

 

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Fonti e Scienze umanistiche

A pag. 126 del libro avevo scritto: «proprio questa referenza pressoché assoluta delle ‘fonti’ costituisce l’elemento di frattura strutturale tra la Scienza moderna e la conoscenza classica in ambito umanistico» ciò, tuttavia, non basta.

Il rapporto con le ‘fonti’, infatti, fa saltare completamente anche la pseudo-epistemologia idealistica tardo-moderna di Dilthey.
Se, infatti, le Scienze non “della-natura” ma “dello-spirito”, quelle cioè umanistiche o antropologiche, devono basarsi sulle concrete ‘fonti’ antropologico-umanistiche (documentali, archeologiche, storiografiche, statistiche, etnografiche, antropologiche, culturali, ecc.) allora diventa chiaro che lo “spirito” NON c’entra proprio nulla e che le Scienze umanistiche ed antropologiche si interessano dell’UOMO e del suo VIVERE e non di quella sua ‘parte’ -pur nobile- che sarebbe il suo “spirito” (idealisticamente compreso).
Né si pensi di poter aggirare l’ostacolo del rapporto con le ‘fonti’ dicendo che, in fondo, è stato lo ‘spirito’ umano a ‘creare’ quelle cose (documenti, città, strade, opere d’arte, poesie, ecc.) …a ‘prodursi/manifestarsi’ in esse.

Fu, infatti, la VITA UMANA a crearle e spesso per PURA, MERA, DURA, INEVITABILISSIMA ed INELUDIBILISSIMA NECESSITA’ di sopravvivenza… a volte anche al proprio stesso ‘pensiero’ di sé e della realtà.

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L’esperienza quasi-mistica del fuso orario

Ho avuto per la prima volta la possibilità di fare un viaggio con un cambio apprezzabile di fuso orario: 5 ore, ed è stata un’esperienza importante dal punto di vista gnoseologico, per non dire anche ‘metafisico’.

Cosa è il tempo? La risposta che solo i fisici considerano è quella di una ‘funzione’ del moto, una sua espressione, una sua ‘conseguenza’.

E così è esattamente quando si vola! Rotazione terrestre e volo dell’aereo con velocità diverse si sottraggono o si sommano ‘creando'(?) tempo.

5 ore di volo sono sufficienti a farlo percepire e forse ‘concepire’: arrivi a destinazione e l’orologio da polso (secondo il quale ti sei imbarcato) ti dice che hai viaggiato per 12 ore, mentre quello dell’aeroporto in cui atterri ti dice che ne sono passate solo 7: le hai perciò guadagnate e puoi fare qualcosa in più; un’opportunità che si sfrutta senza farsi troppe domande. Più strano è il rientro poiché le 12 ore di volo (del proprio) sono ‘diventate’ 17 (secondo l’aeroporto)! Ma, allora: quanto tempo ‘dura’ quel viaggio? 7 o 17 ore?

Così mentre porto le lancette avanti di 5 ore mi chiedo: dove le ho ‘prese’ queste qui? Cosa ne ho fatto? Perché le aggiungo al tempo già ‘passato’? E, di conseguenza: cosa è successo nel mondo in queste 5 ore che io non ho vissuto? Le risposte filosofiche ‘classiche in merito non soddisfano la sensazione che si prova… per questo parlo di esperienza ‘quasi-mistica’… non volendo dire (parzialmente) anti-metafisica…

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