Essenze e formalismo

Una conseguenza di fatto in-evitata della prospettiva essenzialista è anche l’appiattimento di tutto l’umano sulle sole ‘forme’ che ‘attualizzano’ (in un istante!) l’essere, modellandone la potenzialità.

In tal modo NESSUNA azione umana possiede più valore alcuno in sé, poiché basta che venga ‘posto’ o si realizzi il ‘quid’ che permette lo sprigionarsi dell’essenza/forma, generando l’(ess)ente.
La ricaduta in ambito liturgico e più generalmente ‘celebrativo’ è colossale: l’intero ‘rito’ è solo apparato esterno ed accidentale (non per nulla chiamato spesso “funzione”), conta solo l’innesco dell’essenza/forma: il gesto (unico) o la formula (forse magica?) che ‘realizza’ ipso-facto il nuovo (ess)ente… TUTTO il resto costituisce MERA SOLENNITA’… bella, ma -in fondo- inutile.
In tal modo le varie ‘Scolastiche’ hanno prodotto, per mera deduzione ontica, una quantità di prassi ecclesiastiche che al di fuori di tale contesto non hanno nessuna credibile plausibilità…
In questo modo salta l’intera portata antropologica della dimensione celebrativa perché quello che conta è che venga ‘posta’ la “forma” attraverso cui si ‘comunica’ l’essenza… senza, non di meno, scongiurare in alcun modo l’introdursi e radicarsi di veri e propri atteggiamenti meccanicistici e magici …che, in fondo, ai medioevali non dispiacevano per nulla.

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