Essenze e formalismo

Una conseguenza di fatto in-evitata della prospettiva essenzialista è anche l’appiattimento di tutto l’umano sulle sole ‘forme’ che ‘attualizzano’ (in un istante!) l’essere, modellandone la potenzialità.

In tal modo NESSUNA azione umana possiede più valore alcuno in sé, poiché basta che venga ‘posto’ o si realizzi il ‘quid’ che permette lo sprigionarsi dell’essenza/forma, generando l’(ess)ente.
La ricaduta in ambito liturgico e più generalmente ‘celebrativo’ è colossale: l’intero ‘rito’ è solo apparato esterno ed accidentale (non per nulla chiamato spesso “funzione”), conta solo l’innesco dell’essenza/forma: il gesto (unico) o la formula (forse magica?) che ‘realizza’ ipso-facto il nuovo (ess)ente… TUTTO il resto costituisce MERA SOLENNITA’… bella, ma -in fondo- inutile.
In tal modo le varie ‘Scolastiche’ hanno prodotto, per mera deduzione ontica, una quantità di prassi ecclesiastiche che al di fuori di tale contesto non hanno nessuna credibile plausibilità…
In questo modo salta l’intera portata antropologica della dimensione celebrativa perché quello che conta è che venga ‘posta’ la “forma” attraverso cui si ‘comunica’ l’essenza… senza, non di meno, scongiurare in alcun modo l’introdursi e radicarsi di veri e propri atteggiamenti meccanicistici e magici …che, in fondo, ai medioevali non dispiacevano per nulla.

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Ancora essenze

L’enfasi sulla ‘realtà’ in quanto mera “espressione dell’essere” risulta di fatto devastante per la sua stessa percezione ordinaria e, pertanto, esistenziale.

Quando, infatti, dell’esperienza e soprattutto delle ‘cose’ ed ‘azioni’ che la compongono si coglie e fruisce solo la ‘parte’ essente (=di espressa competenza e consistenza dell’essere come tale) l’intera realtà finisce per svanire concentrandosi in unico ‘nucleo’ densissimo (=l’essere stesso) in cui tutto è già… per quanto non sia possibile coglierne alcuna delle ‘manifestazioni’ concrete: una sorta di ritorno all’istante precedente il big-bang in cui ‘quella’ concentrazione di massa conteneva già ‘potenzialmente’ e di fatto l’intero universo… ciascuno di noi compreso! Nulla di veramente diverso dalla teoria (almeno come trasmessa e recepita ordinariamente!) dell’essere in potenza ed in atto. Una chiara menzogna esistenziale poiché NON è affatto vero che ciascuno di noi (e nessun’altra cosa in realtà) è SOLO una POSSIBILE espressione/manifestazione di tale ONNI-POTENZIALITA’!

Senza trascurare che in tal modo SVANISCE nel nulla il campo irrinunciabile del ‘SENSO’! Se tutto, in fondo, “è già” ed è completamente in sé, tranne quel piccolo ‘accidente’ che è il tempo con la sua spesso conseguente frammentazione individualizzante degli (ess)enti, allora anche il ‘senso’ di tutto “è già” ab origine… pur senza ‘esistere’ ancora! Ciò porterebbe, tuttavia, a cortocircuitare (come abbondantemente accaduto!) il ‘senso’ con la sola intenzionalità… bastando (ancora una volta) questa soltanto a ‘costituire’ la realtà stessa! …anche nei casi in cui non si giunga a ‘realizzare’ tale realtà

L’approccio non è ‘neutro’ neppure dal punto di vista ‘teologico’ in quanto una tale concezione non risulta per nulla conciliabile con quella biblica, mostrando somiglianze molto espresse -per contro- con le concezioni religioso-filosofiche dell’Estremo oriente nelle quali il ‘tutto’ è ciò che davvero e SOLO esiste… e noi in esso.

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L’arroganza dell’ultimo arrivato

Davvero l’arrivare dopo costringe a dover ascoltare TUTTO quanto è stato ‘detto’ prima?
Forse non necessariamente… a meno di essere storicisti o hegeliani…

- La questione si pone in modo specifico al livello ‘filosofico’:
se davvero il filosofo interroga se stesso circa la realtà e l’esperienza che (se) ne ha, perché dunque dovrebbe ‘ascoltare’ prima tutto quello che gli altri hanno già ‘detto’ in merito?

- Anche l’artista è autorizzato ad accedere ‘in diretta’ alla realtà come LUI la percepisce e la rappresenta… e nessuno gli contesta di non essere né Michelangelo né Picasso.

Perché, allora, il ricercatore che riflette ad alta voce sul proprio modo di perseguire e raggiungere risultati dovrebbe sempre ‘fare la fila’ dietro ad intere falangi di ‘giganti’? …che gli calpestano dinnanzi il mondo intero?

E’ forse ‘arroganza’ quella di spostarsi dalla fila che ci precede per poter vedere anche noi dove stiamo per mettere i piedi?

Con tutto il rispetto dovuto a ciascuno: chi non mi dà risultati validi può benissimo far senza del mio riverente omaggio…

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‘scoperto’ demone in Giotto

«È lì, da otto secoli … e nessuno finora se n’era accorto», «nonostante fosse lì in bella vista, nel bel mezzo di uno degli affreschi più studiati della storia»!

Per la Scienza, dunque, Giotto anticipa quanto attribuito al Mantegna (1460) ben 150 anni dopo. Buon per lui!

Ma ‘per noi’? …Per il nostro modo di conoscere? …Per il nostro modo di ‘studiare’ e fare ricerca scientifica?

Senza dubbio “fatti” (e non soltanto “scoperte”!) come questo devono farci (ri-)pensare alle nostre concettualizzazioni sia della realtà che dei nostri rapporti con essa, non senza una maggior consapevolezza dei termini-concetti che utilizziamo di solito.

Cosa significa affermare che “è stato SCOPERTO” un demone nell’affresco di Giotto? Non è forse PIU’ VERO (o “vero” soltanto) il fatto che SOLO ADESSO qualcuno lo ha VISTO? …Se n’è accorto? …Dopo oltre 700 anni di gente (e fior di studiosi) che guardava quell’affresco!

Non è questa una chiarissima ‘prova’ del VERO modo in cui l’uomo ‘conosce’? Cioè: [a] attraverso i propri sensi, ma soprattutto [b] attraverso l’applicazione del metodo analitico e [c] con una buona dose di criticità verso ogni ‘acquisizione’ previa?

Il problema è di portata strutturale soprattutto nel campo delle Discipline e Scienze c.d. “umane”, laddove solo l’analisi critica può indurre una costante (e forse periodica) revisione di quanto ‘SAPUTO’ …che in realtà risulta spesso essere solo “AFFERMATO” …ma su quali basi? Secondo quali criteri? Forse l’auctoritas? …di chi? …e perché lui (solo) e non altri?

URL: < http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/demoni-san-francesco.aspx >

URL: < http://www.ilgiornale.it/cultura/e_san_francesco_e_giotto__ci_mise_zampino_diavolo/06-11-2011/articolo-id=555508-page=0-comments=1 >

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Essenze digitali?

Uno dei (tanti) fattori che gli appassionati di ‘essenze’ non pare siano riusciti a ‘gestire’ adeguatamente all’interno del loro paradigma è l’inevitabile riduzione della realtà intera ad un semplice sistema che oggi diremmo “digitale” ma che bisognerebbe avere, invece, la lucidità di chiamare (solo) “BINARIO”.

La terminologia che stiamo adottando è quella connessa alla descrizione dei ‘segnali’ (radio)elettrici che contrappone in modo strutturale i concetti di “digitale” ed “analogico”, laddove “analogico” è l’insieme delle diverse componenti/portanti e loro ‘armoniche’ mentre “digitale” indica semplicemente la descrizione ridotta ad una sequenza di 1 e 0…

- Una realtà fatta di ‘esistenti’ (come la VITA REALE!) è una realtà ‘analogica’, formata da un’infinità di ‘elementi’ a struttura complessa, spesso ridondante, non priva di ‘interferenze’ ed infinitamente ‘sovrastrutturata’ rispetto alla sua concreta ‘utilità’ per gli usi che ne possono derivare;

- una realtà fatta di ‘(ess)enti’ diventa immancabilmente ‘binaria’ poiché o gli enti sono riconducibili all’essenza (corretta) oppure no… e quando è ‘verificata’ questa riconduzione all’essenza tutto il resto perde qualunque valore divenendo sostanzialmente inutile, ricadendo fuori da ogni ‘interessamento’ e conseguente ‘utilità’. Si vedano in merito le codifiche ‘digitali’ (per “sottrazione” =TAGLIO!) MP3, MP4, JMPEG, ecc. in cui si considera, gestisce e trasmette SOLO quanto immediatamente utile all’ascolto ed alla vista… TUTTO il resto ‘salta’!

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La questione (in realtà: il grande problema!) acquista un valore irrinunciabile in tutte quelle ‘parti/espressioni’ della realtà che siano per loro ‘natura’ dinamiche oppure espressioni prettamente ‘personali’, mai identificabili con lo ‘status’ di un essere che ‘diviene’ secondo una essenza.

Gli ambiti presi in esame dalla Fenomenologia (husserliana) o dalle varie Filosofie analitiche… ma anche dalla Teologia e Liturgia (cattoliche) subiscono conseguenze incredibili da questa ‘digitalizzazione’ essenzialista della realtà.

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Principio di non-contraddizione

Il Principio di non-contraddizione è un po’ come il 5° postulato di Euclide:
un’utilissima ‘semplificazione’ per la vita quotidiana… un modo per poter far prima i propri calcoli esistenziali ed operativi…
da nessuna parte, tuttavia, consta che esso ‘esista’ o -non di meno- ‘valga‘!
Esso, infatti, non appartiene alla realtà come tale (non si trova in natura) ma al nostro modo di pensare la realtà stessa.

Certo: in uno spazio limitato com’è quello normalmente accessibile alla vita quotidiana, con distanze che possono essere misurate in metri (o poco più), in un rapporto coi ‘numeri’ delle cose che non va sostanzialmente al di là dei numeri reali-interi-finiti, tutto funziona benone. Lo stesso vale per i ‘corpi’ e le ‘cose’, soprattutto a livello spaziale (se ‘sono’ fisicamente a Roma non posso ‘essere’ anche a Londra… per quanto possa però ‘rendermi presente’ anche là in qualche modo).

Quando, tuttavia, ci si allontani dalle ‘cose’ della quotidianità esperienziale (senso/percezione comune) e ci si addentri in ‘altre’ dimensioni della realtà, come i ‘campi magnetici’ o elettrici, le cose cambiano parecchio.
Allo stesso modo che la presa in considerazione dello spazio curvo anziché piano ha reso inapplicabile (poiché inutile e ‘contraddittorio’) il 5° postulato di Euclide.

Prima di ‘utilizzarlo’, quindi, come l’elemento insindacabile di un approccio alla realtà, occorre ‘dimostrarne’ la legittimità dell’uso ed applicazione.

 

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Scientia, Philosophia et otia

Sul ‘reale’ rapporto tra Scienza (moderna, ovviamente!) e Filosofia potrebbe non esser fuori luogo una ‘considerazione’ poco più che letteraria in riferimento alla concezione degli Antichi circa la necessità per poter esercitare il proprio ‘amore’ per la ‘sofia’ di “NON aver NULLA da FARE“: l’otium che ricorre in tanta letteratura latina come la condicio sine qua non il philosophus non può ‘esercitare’ la propria attività.

A tale otium si contrapponeva il neg-otium: l’attività che il resto del mondo -stretto dalla contingente necessità (di mangiare quasi tutti i giorni)- era costretto ad esercitare… manibus utentibus
Un volgarissimo “facere“, assolutamente inadatto alle vette della riflessione (e ‘conoscenza’) umana che solo i sapientes et philosophi potevano permettersi di fare (sulle spalle del resto del mondo: servitù e schiavi)!

Non di meno a tale sophia/sapientia si affiancarono le Artes (del Trivium e del Quadrivium) tutte ancora (e solo) connesse alla parola… musica compresa.

Techne e mechanica erano per tutti gli altri… i poveracci che dovevano fare ogni giorno i conti con la (dura) realtà manibus utentibius

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In effetti ieri ho preso in mano un ‘saggio introduttorio’ ad un libro dal titolo ‘torvo’ (per il mio punto di vista), l’ho sfogliato (con le mani…) ma non ho potuto resistere a prendere subito ‘in mano’ carta e penna e stendere la lista delle citazioni portate dall’autore per ‘sostenere’ il  proprio discorso…
Un’attività (=cosa che si FA) assolutamente inevitabile per un approccio scientifico e non solo emozionale.
Dopo pochi minuti avevo già a disposizione la ‘TAC’ del testo (=un bella tabella con scritto tutto):
- 79 pagine di cui 21 senza una sola citazione;
- la citazione più recente (non annessa la testo ‘introdotto’ [='politica']) è del 2003;
- 4 sole citazioni (non ‘politiche’) di opere oltre il 2000;
- sono citati gli autori più disparati e disomogenei;
- ignorando pesantemente la quasi totalità della dottrina degli ultimi 30 anni sul tema.

…certo: non è molto. Ma non l’ho ancora letto …e le mani mi hanno già aperto la strada!

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L’eccezione conferma la regola?

L’eccezione che ‘conferma’ la regola, in realtà conferma solo la nostra ignoranza che, in tal modo, deve ammettere di non aver capito tutto con l’intensità e precisione che aveva preteso.
E’ uno dei tipici casi un cui la realtà (ci) r-esiste!

L’espressione -in realtà- manifesta il presupposto gnostico (e pseudo-metafisico) che sta dietro tal modo di vedere le cose: in fondo si è convinti di possedere già la ‘chiave’ della realtà (=la ‘regola’) cui ci si riferisce… è chiaro che un ‘evento/fenomeno’ che non accada secondo la (nostra pretesa) ‘regola’ si configura come eccezione.

Il problema vero, però, sta nel decidere che cosa sia più ‘vero’: se la nostra pretesa ‘regola’ o la realtà che bellamente se ne discosta!
In tal caso, infatti, la c.d. eccezione VANIFICA la -solo- pretesa regola! Ciò non esclude, comunque, che quanto già realizzato (tecnologicamente) secondo quella ‘regola’ sia effettivamente valido… si tratterà pertanto di ipotizzare un’altra ‘modellizzazione’ del reale (=regola) che contenga ciò che già ‘funziona’ ed anche la ‘novità’ che ha turbato la nostra pretesa conoscenza.

D’altra parte, essendo la Scienza moderna induttiva, molto dipende dalla induzione originaria… se, infatti, l’ambito di osservazione e sperimentazione da cui ha preso origine ‘quella’ regola (pur efficace) è troppo parziale, non è difficile dover accogliere di essersi relazionati con ‘una’ soltanto delle ‘aree’ d’interesse (=dominio) di quel tipo di fenomeni: una delle ‘specie’ di quel ‘genere’, per dirla alla vecchia maniera.

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30 settembre: S. Girolamo

La prospettiva unicamente (teo-)metafisica anziché epistemologica giunta fino a Galileo (il quale, lucidamente, la metterà a nudo proprio in/per questa sua ambiguità) all’interno del pensiero cattolico trova salde fondamenta e ‘giustificazioni’ nella Patristica tardo-classica, pressoché immobilizzata per un millennio nel pensiero cristiano dalle c.d. invasioni barbariche della metà del sec.V.

Ne è testimone eloquente (suo malgrado, ovviamente) S. Girolamo (340-420 d.C.) -uno dei maggiori intellettuali del tempo, e di formazione ‘multiculturale’- il quale, nel suo “Proemio al Commento del Profeta Isaia” (CCL 73, 1-3, 2) scrive:
«questo libro della Scrittura contiene tutti i misteri del Signore» (nulla quaestio dal punto di vista teologico)
e continua: «Che dirò della sua dottrina sulla fisica, sull’etica e sulla logica?» operando qui con evidenza una vistosa uscita dal campo squisitamente teologico (cristiano) per entrare in quello metafisico

uscita di campo confermata ed aggravata dall’immediata (per quanto inconsapevole -allora!-) continuazione:
«Tutto ciò che riguarda le Sacre Scritture [OK!], tutto ciò che la lingua può esprimere e l’intelligenza dei mortali può comprendere [!!!problema!!!], si trova racchiuso in questo volume».

 

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Evviva lo squelch

Per la scienza odierna gli ‘antichi’ rischiano spesso di essere come un ‘rumore di fondo‘ (=il QRM radio) che impedisce di ‘capire’ cosa si ha di fronte.
Come quando si accende una radio rice-trasmittente (CB, UHF, VHF) e si è investiti da un intenso ‘fruscio’ che copre qualunque altro suono o voce, rendendo impossibile l’uso dell’apparecchio.

Per fortuna hanno inventato lo ‘squelch’ attraverso cui s’interviene a ‘zittire‘ il QRM per ‘ascoltare’ chi davvero sta parlando.

E’ la stessa circostanza che spinge i romani -nella mitica notte di S. Lorenzo- a non fermarsi in Piazza Navona (pur sempre bella e frequentata) per veder bene le stelle cadenti …ma ad uscire sui colli.

Non per nulla gli osservatori astronomici vengono costruiti il più lontano possibile dalle ‘luci’ delle metropoli ed i migliori telescopi vengono addirittura inviati oltre l’atmosfera terrestre nel ‘buio’ siderale…

A volte per individuare il ‘nuovo’ è assolutamente prioritario ‘zittire’ tutto il vecchio!

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